Aina, la ragazza che mi chiama nonna

Aina Shi: la ragazza che mi chiama “nonna”

Avevo 5 anni nel 1950 e mio nonno, medico e socialista, diceva “Saremo invasi dai gialli”, intesi come cinesi. Ho visto l’avverarsi della profezia a casa mia.
Se me l’avesse detto un’indovina non ci avrei creduto, ma spesso dorme nel mio studio anche Paola Min, un’amica cinese 60enne, considerata una sorella, che ha una sua casa, e che a volte viene col suo cane Pasquà, quando non le va di dormire da sola. Purtroppo ho un gatto nero che intende sbranare i cani, sicchè il canetto deve essere messo al riparo. Paola Min è nata nel 56, forse la prima cinese nata a Roma, da una coppia di ex ricchi signori cantanti lirici di Canton, cui l’arrivo della rivoluzione impedì il ritorno in Cina. Musicista, attrice, clown, artista, arte-terapeuta, Paola Min insegna Thai Chi e Chi Kung anche ai dipendenti FAO ed è così che si mantiene. E questa è forse la prima cinese, con forti inflessioni romanesche, che ho conosciuto nel 1990.
In un’altra camera dorme invece Jo Lan, una tibetana-cinese che studia da soprano al Conservatorio di Santa Cecilia i cui costumi sessuali tradizionali sono distanti da quelli del cinesi bigotti, siano o meno buddisti. Eppoi nella camera più piccola Aina Shi, la ragazza che mi chiama nonna.
Da circa il 1996 mi faccio riparare i vestiti da una cinese velocissima di nome Lin Li, ormai Lilli per tutti, a Via dell’Acqua Bulicante, un quartiere ex periferico tra Casilina e Prenestina, dove Pasolini andava a rimorchiare i suoi ragazzi di strada, con ancora qualche vecchio spacciatore di eroina in via di estinzione e qualche puttana pensionata, ma ormai quartiere multietnico ed anche un po’ di moda, visto che siamo solo un po’ più in là del Pigneto.
Lilli fino al 2008 aveva un negozio senza porta, open air, come i negozi di Ostia Antica, solo la saracinesca, e sua figlia Aina, bimbetta sveglissima, giocava sul marciapiede sotto il suo controllo. Quando Aina aveva 5 anni Lilli fu convinta da un coro di concittadine, che le scuole cinesi erano più serie di quelle italiane dove giocano e basta, così che nel 2001 la portò a Wenzhou da sua madre. Ma la bimba era vivace e impegnativa e la nonna troppo occupata per badare alla piccola, così che la passò ad una sorella, che però giocava sempre a mahjong e dimenticava sovente la sua presenza. Poi col tempo scoprirono che essendo Aina nata in Italia, non era cinese, e neppure italiana, percciò avrebbe dovuto pagare la scuola 450mila lire al mese, perciò dopo 8 mesi la mamma se la riportò a Roma. Ma la bambina era cambiata, curva come un cane bastonato, e così è rimasta. Però Lilli ogni tanto me la lasciava portar via, a me senza figli e affamata di infanzia, magari per una giornata al mare, perché nessuno la portava mai fuori, neppure per un lecca lecca, nemmeno la domenica, solo casa, negozio e scuola.
Lilli e suo marito Giuvè vivono in un appartamento carino (se fosse restaurato) di tre camere e servizi, al quinto piano, luminoso e senza ascensore (amen, il movimento è salutare), non fosse che è senza riscaldamento e senza i vetri alle finestre della cucina e del bagno “Che così viene sempre aria in casa e non puzza come dagli altri”. Io d’inverno ci passo, ma non accetto inviti per mangiarci che lo chiamo “Colosseo”. Giuvè ha fatto il cuoco per moltissimi anni e in Cina il suo letto era il tavolo della cucina, in Italia ha fatto l’autista trasportatore per i cinesi, ma ora non lavora più perché è precocemente usurato.
Lilli tiene l’appartamento sempre pulitissimo e ne è diventata la proprietaria, insieme al marito. Un po’ di soldi lei li ha avuti in prestito da sua madre in Cina, poi Lilli ha affittato 2 camere, ognuna ad una famiglia di cinesi, due o tre, o 4 per camera, e oltre che fare le riparazioni nel suo negozio, puliva e cucinava per tutti. La tv ininterrottamente accesa in cinese troppo sofisticato, che Aina ne capiva poco o niente.
Quando Aina ha compiuto 12 anni, LinLi ha finito di pagare la casa, ha mandato via gli ospiti ed ha ripreso possesso delle altre due camere spostando il suo lavoro a casa.
Da quando la conosco, Aina ha sempre disegnato. Le basta un foglio bianco e lei lo riempie di disegni ora raffinatissimi, prima di fumetti, come quando mi rubarono lo zainetto che io, come ogni mattina a quel tempo, facevo il Tai Chi in gruppo nel giardino di Piazza Vittorio, e Aina l’ha raccontato dentro i suoi riquadri, compreso di ladro che fuggiva con la mascherina nera come quella della banda Bassotti.
Aina, che sorprende ora i suoi insegnanti dell’Accademia d’Arte, disegna sempre, disegnare è il suo paradiso, il suo rifugio, e già, a detta dei suoi professori delle medie, era stra-dotata e gli insegnanti hanno indicato il liceo artistico come destinazione di vocazione. Ho aggiunto ai suoi genitori che altre scelte ne avrebbero fatte una vita infelice. LinLi non voleva, ma ero a casa loro il giorno che dovevano decidere, ha capito ed ha aderito subito.
Giuvè, nato nel 1959, vive col terrore che i soldi finiscano, che non ci sia da mangiare. Il fratello maggiore di Giuvè, il preferito, bello e intelligente ed orgoglioso, è morto di stenti.
Dopo la carestia della II guerra mondiale, tra il 59 e il 61, una carestia epocale in Cina, colpi’ l’intero paese, dalla Siberia al Sud tropicale. In appena tre anni morirono di fame dai 30 ai 60 milioni di persone. Una catastrofe di quelle proporzioni non si era mai vista. Gli alberi vennero scorticati, le foglie strappate. data la caccia a gatti, cani, scarafaggi, topi… fino al punto che alcune famiglie si scambiarono i figli con i vicini, per mangiarseli. Il cannibalismo nelle campagna fu tale che tutte le persone intervistate affermano di avere assistito a questi episodi. Alcuni furono fucilati per cannibalismo altri si suicidarono per i sensi di colpa.
A noi, in Occidente nel frattempo non sono arrivate che voci poco prese in considerazione e anche in Cina del terzo millennio rimuove accuratamente l’accaduto. Semplicemente è proibito parlarne.
Questo trascorso di cui non abbiamo ricordi simili in Europa, spiega le spinte a lavorare indefessamente e ad arricchirsi di molti cinesi di oggi. La fame è di ieri, non di secoli fa. Le tasse non sono alte, ma sanità non è gratuita e chi non ha denaro rischia la non assistenza.
Negli anni ’40, in campagna la mamma di Giuvè, era stata data in moglie a 5 anni e lui, che veniva da famiglia un poco più agiata perché ombrellai, di anni ne aveva 8. I genitori di lei erano ansiosi di liberarsi di una bocca da sfamare e questi due bambini a 10 lei e 13 lui ,se n’erano andati in città, a piedi, a cercar lavoro.
Di tutti i nati ne hanno registrati poi solo 5: due femmine e tre maschi. Tutti gli altri abbandonati o venduti o chissà?
Giuvè fino ai 55 anni, guadagnava circa 1000 € al mese, e consegnava tutto a Lilli, trattenendosi meno di 50€ che ogni mese teneva per sé, usandone ancora meno, ma nelle tasche dei pantaloni custodisce almeno 3.000 €.
Vuole avere con sé protezione dalla paura di soffrire quei morsi della fame che non riesce a dimenticare.
Lui della Cina non vuole saperne, mentre Lilli vorrebbe solo tornare alla sua famiglia di origine, che attualmente vive agiatamente, con l’aria condizionata ed anche con la seconda casa in campagna.
Ai suoi 15 anni, Aina i suoi denti storti e affastellati tutti in dentro, la facevano sembrare una vecchietta sdentata. Di spendere per un apparecchio ortodontico non se ne parlava (alla fin fine i soldi li potevano tirar fuori). Mi faceva impressione e non sopportando la cosa -ora, o mai più- a settembre 2011 ho deciso di portarla io in un centro universitario per l’apparecchio ortodontico e finanziarlo io.
Pochi mesi dopo, quando Lilli ha saputo della mia gamba rotta a Chiang Mai, Thailandia il 3 gennaio 2012, mi ha detto su Skype: “Tu ti sei occupata di noi ed ora ci occupiamo di te”.
Rientrata con le stampelle e scarsa autonomia, Aina è venuta a stare da me. Andava al liceo artistico il mattino, LinLi veniva a cucinare, poi dopo pranzo se ne tornava a casa, a fare le sue riparazioni.
Quando a febbraio scese la neve su Roma, non certo attrezzata e tutti i mezzi pubblici interrotti, Lilli è arrivata camminando per i circa 4 km. D’altra parte questi cinesi sono i figli della “lunga marcia”. Anche se delle volte trovo insopportabile il loro complesso di superiorità.
Dopo 2 mesi Aina mi ha pregato di restare qui a vivere. Cosa approvata anche dalla nonna cinese materna che dirige il tutto ed ha decretato “Voi non potete darle quello che le offre lei”.
Ma lì sono iniziati i problemi di appartenenza: “Avete venduto vostra figlia a un’italiana”, mentre dalla parte italiana iniziavano i sospetti “Sei un’anziana circuita dai cinesi che vogliono i tuoi soldi”. Ma mentre la mia parte italica era tenuta da me sotto controllo, la paura dei cinesi di “perdere la faccia” era poco gestibile e durante questi anni Aina spesso non ha resistito, tornando a vivere a casa dei suoi attraverso porte sbattute con rabbia.
Poi è tornata anche dopo mesi di assenza. In realtà non solo si sentiva soffocare in casa, ma aveva bisogno di assistenza scolastica per via dell’Italiano e di visioni del mondo differenti.
Gli insegnanti si ingannano perché l’italiano che parlano i bambini immigrati è senza accenti strani, i piccoli cinesi riescono benissimo a pronunciare la erre, anzi acquisiscono anche le inflessioni dialettali e tutti prendono automaticamente il ruolo di interpreti per i propri genitori. Aina alle elementari ha superato con difficoltà l’esame finale. Trattata da stupida da alcuni insegnanti, a 10 anni aveva pensato di buttarsi dalla finestra. In realtà, come tanti, si sentiva come in un acquario non capendo proprio ciò che le dicevano. La mattina in Italia, il pomeriggio e la sera in Cina (ma non capiva neppure la TV cinese) solo il ristretto lessico familiare di genitori oltretutto semi-analfabeti.
Come ha fatto a sopravvivere per tanti anni? Imparando a memoria dai libri e dagli appunti. Ma si sa che con il tempo gli studi si fanno più complessi e difficili. Perciò dopo la porta sbattuta, spesso sentiva l’esigenza strumentale di tornare da me ed avere anche stimoli intellettuali da me e dei miei amici.
È stato con piacere che ho studiato molte materie con lei, su testi che trovavo aggiornati rispetto ai miei tempi, come per esempio studiando le Crociate con tutti gli inganni raccontateci, ed anche lo stallo culturale scolastico con l’assurdo di una storia che quasi non cita la guerra dei 30 anni nel centro dell’Europa, né la storia cinese o la storia di altre nazioni che non siano l’Italia, l’Inghilterra o la Francia. Come si possono spiegare gli esodi e le migrazioni?
I professori con i quali ho parlato delle difficoltà di Aina comprendevano, anche perchè nessuno spiega loro che la lingua è talmente un ostacolo per i cinesi di seconda generazione che, nonostante la loro capacità superiore di concentrarsi (i cinesi non interrompono mai i figli che stanno studiando) e le diffuse possibilità economiche, all’università riescono ad arrivare in pochissimi.
Per cercare un po’ di compagnia Lilli, ha deciso di frequentare la Chiesa Cinese Evangelica che ha una grande sede all’Esquilino, e Lilli ci va per avere un pò di socialità e per cantare (che è la sua passione). E’ proibito alle ragazze di truccarsi, i sacerdoti sono sposati ma molto retrogradi. La minaccia di morire e subire il fuoco dell’inferno è molto presente. Ma i pranzi della domenica e la cena del venerdì sono gratuiti per tutti perchè offerti dalla comunità, finanziati soprattutto da un ricco commerciante a caccia di buona salute e di paradiso.
Le preghiere sono fatte a voce alta, sicché è stato facile per Aina afferrare “Fammi avere tanti clienti” oppure “Fammi guadagnare tanti soldi o Signore”.
Poi fuori ci sono i conciliaboli in cui parlano degli italiani: “certamente: gli italiani sono più simpatici, ma pelandroni, lenti, pigri e vogliono stare sempre in vacanza.”.
I cinesi sono convinti che le loro scuole siano imbattibili, ed è così che spesso fanno i figli per poi mandarli in Cina, ma essendo nati in Italia essi sono apolidi fino ai 18 anni. In effetti le scuole cinesi sono durissime. La lingua con tutte le migliaia di ideogrammi è lingua per ricchi, implicando un lunghissimo tempo, non come da noi che alla fine fine abbiamo solo 26 lettere da combinare. Poi però nelle riunioni all’università si trovano in difficoltà ad esprimere le proprie opinioni.
Molti cinesi fanno i figli in Italia, poi al compimento dei 40 giorni dalla nascita, li consegnano ai genitori in Cina per poi riprenderseli ai sei anni, quando possono affidarli alle scuole italiane. A volte rientrano in Italia da adolescenti per supportare i genitori nei negozi. I problemi di attaccamento ed i traumi da distacco non sono presi in considerazione. Quasi tutti i ragazzi sono consapevoli di essere stati concepiti per uno scopo: mantenere i propri genitori nella loro vecchiaia. Ciò spiega l’atteggiamento rigido e anaffettivo, l’espressione del volto che ormai io e Aina chiamiamo “faccia di pietra” che li rende socialmente sgradevoli e immersi nel sentimento dell’indifferenza, ed anche, come si sussurra nella comunità, anche l’alto tasso di suicidi tra gli adolescenti. Cosa che naturalmente si sussurra e nasconde “per non perdere la faccia”.
I matrimoni sono per lo più combinati dai genitori, ma per non “perdere la faccia”, restano uniti nell’infelicità reciproca.
Ligia alla tradizione, Lilli ha provato a combinare fidanzamenti ad Aina, ma essa aiutata dalla sua forte vocazione artistica, ha fatto in tempo ad incontrare italiani e cinesi borghesi all’Accademia d’Arte, a diventare un’eccellenza nell’incisione ed a convincersi che il matrimonio può aspettare.
Poi si vedrà.