Il punto L

Un affermato intellettuale mi chiese un giorno spiegazioni a proposito delle rare sensazioni sessuali da lui provate durante esperienze di intensa passione per una donna: «Sentivo in quel momento di avere la vagina. Non era la fantasia di avere il sesso femminile ma una vera sensazione fisica intensa, forte, sotto i testicoli in corrispondenza del perineo, come suppongo possa sentire una donna la sua vagina».

Purtroppo non potevo dargli spiegazioni poiché nei testi sacri della sessuologia non avevo trovato nulla che parlasse di qualcosa al di là del pene.

Solo in seguito, in via del tutto casuale, ho scoperto che le origini delle sue sensazioni erano fondate su una realtà fin ora misconosciuta. È stato negli anni 80, quando mi capitò tra le mani lo studio sulla clitoride della Federation of Feminist Women’s Health Center citato nel capitolo precedente. Mi accorsi subito dell’accuratezza della ricerca, sopratutto grazie alle tavole anatomiche che in 20 anni di studi sessuologici non avevo mai visto. Ma proprio perché il lavoro sulla clitoride era scritto da femministe, io stessa ero un poco perplessa, temendo interferenze “politiche”, una sorta di sciovinismo nello studio anatomico.

Per avere una verifica presi quindi contatto con un insegnante di anatomia dell’Università di Roma. Egli mi confermò la validità di queste tavole, aggiungendo una vera e propria lezione in cui mi spiegava le analogie tra le strutture anatomiche maschili e femminili fin dallo sviluppo embrionale. Devo ammettere che molte delle sue informazioni non mi giungevano nuove ma un ripasso fa sempre bene a una psicologa.

Guardavo le tavole anatomiche. Le avevo già viste molte volte e lui mi illustrava, mi raccontava con termini tecnici e dettagliati ciò che molte volte avevo letto ed ascoltato.

Mentre avevo davanti le sezioni laterali dei genitali maschili con i corpi cavernosi, i nervi, i testicoli, la prostata, ecc., mi sono resa conto, improvvisamente, di quanto la base del pene affondi profondamente dentro le pelvi.

Ciò che si vede all’esterno del corpo costituisce meno della metà dell’intero apparato mentre i corpi cavernosi, veri e propri “protagonisti” dell’erezione del pene, continuano all’interno, al di là dell’osso pubico, al di sotto della prostata, fin quasi a raggiungere la parete del retto.

Allibita e sconcertata mi resi conto che, se prima di allora non avevo compreso questo pur evidentissimo aspetto dell’anatomia maschile, ciò era dovuto al fatto che, inconsciamente, la mia attenzione, come quella di tutti i fisiologi e sessuologi, era rimasta polarizzata sull’asta del pene, per una sorta di abitudine, per condizionamento sociale o, se si vuole, per convenzione accettata da tutti per cui il maschio si identifica con il membro esterno.

Per questa ragione nessuno ha mai messo a fuoco le figure anatomiche del pene, cioè nessuno le ha mai “lette”, perché è più facile vederle con l’immaginazione come quella figura incisa sui banchi di scuola.

Mi resi conto di essere di fronte a una scoperta.

Scoprivo l’esistenza di una rimozione.

Scoprivo che l’immagine mentale ortodossa dell’uomo risulta essere un orrore anatomico, un pene senza base, un corpo senza interno sessuale.

Scoprivo che non si era voluto vedere ciò che si guardava, non si voleva considerare ciò che esisteva, non si sentiva ciò che si poteva percepire.

Ora invece capivo che i corpi cavernosi di cui il pene è dotato, queste spugne che si riempiono di sangue con l’eccitazione e che con il loro turgore provocano quello straordinario cambiamento di dimensioni e di posizione, che sono l’anima e la vita del piacere sessuale, affondano all’interno del corpo maschile e trattengono il membro virile.

E nell’interno del corpo trovano l’appoggio e la leva per alzarsi nel volo dell’erezione.

Dopo quanto abbiamo detto è chiaro che una pressione esercitata nella radice del pene costituisce uno stimolo equivalente a quello esercitato sulla parte esterna.

È del pari evidente che, stimolando i recettori della sensibilità nel loro insieme (e cioè attivando tutti i “fili” che informano il cervello di ciò che succede), è possibile aumentare la gamma di sensazioni sessuali piacevoli attivando e dilatando l’intero arco del godimento e del piacere.

Ad esempio, esercitare una carezza, uno sfioramento, una pressione o un massaggio (delicato), su questa parte (pressione sul perineo, pressione sul retto, pressione dal retto al di là dell’ano fatta da un dito, da un altro pene o da qualche altro corpo) produce ovviamente piacere. Ma sollecitare il nido dà una sensazione interna e viscerale.

È una sensazione “dentro”, contrapposta con l’idea di un maschile esistente nel “fuori”.

Il sesso sommerso senza bombole a ossigeno

Ho sentito molto spesso il respiro degli uomini presenti fermarsi per un attimo ogni volta che ho loro illustrato la presenza del sesso sommerso.

L’ansia era espressa con due domande: «Ma allora tra gli uomini e le donne non ci sarebbero differenze?» e la seconda: «Così dovremmo tutti farci penetrare?» (espressione in forma elegante).

Sembra che dopo la rivelazione che il pene ha una radice (radice sempre illustrata da qualsiasi disegno anatomico, anche il più semplice, ma sempre rimossa alle percezioni e all’interesse dei fisiologi) ci sia da prendere una decisione espressa con un “o/o”.

Come se esistesse un “o esterno, o interno, o dentro, o fuori”, come trattando di due parti separate e contrapposte, dimenticando nel giro di pochi istanti che non sto affatto sostenendo che siamo uguali ma che abbiamo, uomini e donne, alcune parti analoghe. Che semplicemente siamo molto più simili di quanto non abbiamo fin qui pensato.

Ricettivo non significa passivo

Detto questo, sembra che ci sia poi un ostacolo faticoso che impedisce di comprendere che il sesso maschile, così come il sesso femminile, è un intero, un “unicum” senza separazioni o fratture.

Forse era questo il problema, perché ciò è contrario al mito virile dell’uomo sempre vigile, protagonista, comandante, controllore di tutto, sempre attivo e sempre in movimento.

Il “dentro”, la ricettività e le sensazioni interne sono, negli stereotipi, sempre “femminili”, associate con la passività, con un subire contrapposto all’agire, in breve, con la vagina. Per questa ragione gli uomini che praticano l’omosessualità spesso hanno una ricettività sessuale tutta interna, vengono percepiti come “non virili”, “altro”, anche quando il loro comportamento nei rapporti sociali sia assolutamente conforme ai modelli maschili.

Lo stereotipo è diffuso persino tra coloro che si dedicano alle pratiche omosessuali, poiché spesso chi penetra dà dell’omosessuale e/o della “femminella” a chi preferisce essere penetrato. Nel gergo gay si dice infatti “passivo” o “attivo” a seconda delle preferenze sessuali.

La rimozione, quindi, sembra nata in una cultura e in una storia che ha distinto le sensazioni in maschili e femminili, fino al punto da non prendere in considerazione la radice del pene quale fonte biologica di sensazioni sessuali.

Se gli studi e la scienza sono stati fino a qualche decennio fa in mani esclusivamente maschili, sembra proprio che gli uomini abbiano compiuto una forma di auto-castrazione. Gli studiosi, gli esperti maschi hanno negato il proprio piacere interno, il proprio tesoro interiore. Così come dalle teorie per tanto tempo alle donne si è negata (in occidente) la clitoride e in molte parti del mondo addirittura tagliata, si è compiuto un processo parallelo tra la “castrazione” della radice del pene e la castrazione della clitoride.

Le donne, incapaci di raggiungere l’orgasmo vaginale nei frettolosi coiti del week-end, furono perseguitate dall’idea di essere frigide, cattive, prigioniere dei giochi infantili, invidiose del pene e soprattutto nevrotiche perché magari preferivano la clitoride, uno sporco organo egoista dal quale l’uomo non traeva beneficio alcuno. La clito permette alla donna godimenti ingannevoli fuori dall’amplesso, esso è avversario della vagina, quindi nemico dell’uomo.

Molto spesso siamo rimandati a una divisione stereotipa tra maschile e femminile, tra chi stimola e chi è stimolato, tra pene e ano, tra attivo e passivo, tra esterno e interno, clitoride e vagina, intendendo la vagina come un buco inerte e passivo.

In Occidente si è sempre confusa la ricettività con la passività, attribuendo così alla passività femminile caratteristiche di sottomissione, di accettazione inerte, se non addirittura di sopportazione o di rassegnazione, che sono, appunto, gli aspetti più tipici della passività. Ma in realtà la vagina, che è di per sè ricettiva, è tutt’altro che passiva. Ricettivo è tutto ciò che è in grado di accogliere, di ritenere in sé, di assorbire ma non certo passivamente come un canestro inerte che si riempie di qualunque contenuto, bensì in modo reattivo, vivo, produttivo a sua volta di stimoli e sensazioni. Il concetto di ricettività indica quindi un assorbimento “partecipe” ad uno stimolo, l’accoglimento “consapevole” di una sensazione, e soprattutto indica il punto di partenza per una risposta che diviene a sua volta fonte di stimoli e di sensazioni.

In ultima analisi la ricettività è alla base dell’ascolto, della comprensione, del dialogo, dello scambio, dell’ascolto attivo.

Quando diciamo che una persona è ricettiva, o che ha un’intelligenza ricettiva, siamo certamente ammirati ma anche gratificati dal fatto che sappiamo di poter contare sull’attenzione di quella persona. Sappiamo di poter avere con lei un dialogo e uno scambio reale, sappiamo che è in grado di ricevere e di rispondere come sua conseguenza.

La vagina che riceve il pene e se ne lascia stimolare, lo accoglie, lo succhia, lo accarezza, lo abbraccia secernendo piacere, stringendo e lasciando. Cioè dialoga e fa l’amore con lui.

L’uomo che non conosce e rifiuta la propria sensibilità interna, che non si abbandona alla propria capacità ricettiva, è dunque vittima dell’equivoco per cui la ricettività equivale a passività, e la passività è femminile, da rifiutare quindi, per non intaccare la virilità attivo-aggressiva maschile.

Si può affermare che l’uomo è maschio per “forza di cose” come la donna, per forza di cose è femmina.

Ciò non toglie tuttavia, che ciascuno è partecipe della stessa struttura dell’altro, che ha gli stessi polmoni, lo stesso stomaco e occhi, orecchie ed esofago del tutto simili, tant’è vero che i trapianti d’organo possono essere fatti da un sesso all’altro.

Allo stesso modo sono entrambi dotati di una medesima zona di ricezione di sensazioni sessuali disposta nei due sessi in modo del tutto simile, senza per altro che questo abbia mai potuto in qualche modo influire sulla reciproca femminilità o mascolinità, a dispetto di qualsiasi pregiudizio in senso contrario.

Fino ad ora, pur essendo gli uomini e le donne simili, gli uomini sono rimasti limitati nelle possibilità di godimento.

Al sesso maschile è stata assegnata la residenza sorvegliata della sua parte anteriore.

Possiamo quindi rilevare come l’aver dato un luogo ristretto e una ristretta stimolazione non possa che produrre un minore piacere.

Ed è anche vero che il piacere sessuale, identificato nella frizione del pene, così come lo è stato nella frizione della vagina, ha impedito un approfondimento sulle possibilità ulteriori.

Indagare sui meccanismi fisiologici serve, quindi, a conoscerci meglio e, di conseguenza, a sentire e a comunicare di più.

note

Se il punto G femminile deve il suo nome al professor Grafenberg, ecco che il corrispondente maschile può avere il mio nome. Meglio che dare il nome a una nuova stella. Modestia a parte.

Ne parla in un suo spettacolo Jacopo Fo http://www.youtube.com/watch?v=lC_L1lVUN-4&feature=related