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Alle fonti lontane e sconosciute del Caffè Freud

Per fortuna che ci sono le Psicologie, ed uso il plurale, perché per capire ciò che ci succede occorre avere tanti punti di vista, come telecamere poste in tante angolazioni e da distanze differenti.

L’introduzione serve a rispondere ad una domanda che mi assillava scendendo le scalette del Circolo Colle Oppio (alias Caffè Freud): “Perché a ben 62 anni, dopo una vita tra la sociologia e la psicoterapia, la scrittura di saggi sull’amore e sul sesso, beh, che sto facendo con tanti problemi da risolvere, gestire un bar, per me che sono astemia e anche mi fa un po’ schifo il caffè? Perché non faccio che pensare a come dare da mangiare ai soci del Circolo?” Per fortuna che mi è presto arrivata la risposta leggendo sulle Costellazioni Familiari, sistema mutuato in Africa, dello psicoterapeuta tedesco Bert Hellinger: “sto portando avanti le vocazioni familiari della famiglia paterna”.

Una famiglia che conosco pochissimo: mio padre Johan Bondy, un fascinoso cinquantenne nato a Vienna nell’800, ha incontrato mia madre sulla linea gotica, scappando, con tante peripezie, la persecuzione ebraica. Dopo un anno a San Vittore, un anno in un anno di concentramento in Abruzzo (per fortuna molto italiano), e un confino nelle Marche dove mamma, ormai trentenne zitella, faceva la maestra. E voilà, ecco che arrivo io.

La famiglia Bondy, ricchi commercianti di Praga, aveva un grande ristorante a Vienna, a Piazza della Borsa “Bondy Restauration” poi diventato “Café de Paris” quando tirò il vento antisemita. E qui, negli anni ’20-‘30 arrivava l’invito di Sigmund Freud per le conferenze dei suoi mercoledì, sia per amicizia, sia per via che Ida Bondy, sorella di mio nonno, aveva sposato William Fliess, un medico berlinese grande amico (fino alla lite) di Siggy.

Alla morte del nonno, fu mio zio Ernest Bondy, il maggiore, grande chèf, a prendere le redini del ristorante, ma gli toccò fuggire per i tetti di Vienna e finire in Messico perché imprecava contro i nazisti, ben prima della pulizia etnica. A Mexico City c’è ancora, notissima, la “Pastelleria Bondy” che conserva tuttora una fama notevole. Mentre mio padre ha poi diretto un ristorante all’interno del primo centro commerciale.

Non è che papà, dopo la fine della guerra sia sparito, no. Era commosso dall’aver avuto unabambina, preoccupato per il mio futuro, visti i trascorsi cui aveva assistito, eppoi sono l’unica figlia. Però non poté mai sposare mia madre, che per le leggi durate fino al 1975, vedeva le donne sposate con gli stranieri perdere la propria cittadinanza e di conseguenza anche il permesso di lavoro. Quanto a me, dopo aver lasciato ad un notaio il riconoscimento di paternità, per le stesse leggi di famiglia, se fosse stato ratificato, non sarei mai più stata “figlia di mia madre”, nel senso che era come se lei non fosse mai esistita, eppoi austriaca almeno fino ai 21 anni.

E poi qualcuno ancora dice che non ci voleva il femminismo!

Siccome l’Europa era a pezzi, quando avevo 2 anni, mio padre seguì i fratelli in Messico.

Mamma non se la sentì mai di raggiungerlo che per lei era un salto nel buio, con un marito “vecchio”. Mio padre l’ho poi incontrato nel 1968, che fino a quell’epoca il viaggio costava quanto una casa: Avevo 23 anni.

Ecco in breve l’excursus, illustrato con foto in un quadro esposto all’interno del Caffè Freud, e perché dopo ben 9 anni di incontri tenuti presso pub, o bar di appoggio (la prima volta era il 1998), ecco che, per le leggi non consapevoli della famiglia che tende inconsciamente ad eseguire i suoi mandati, la cura della mente si è sposata con quella del nutrimento alimentare, sociale, culturale, fisico e spirituale. Il “Caffè Freud” con un luogo fisico si è inaugurato nel 2007.

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