Terremoto del 1968

Il mio ’68, un anno speciale sia pubblico che privato. Dedicato a chi lo ha attraversato ed anche a chi avrebbe voluto esserci.

Terremoto

Il 15 gennaio del 1968, tornata a Trento pochi giorni dopo le vacanze di Natale, salgo le scale del collegio universitario femminile ansimando, con sforzo, fiatone e pena, chiedendomi per caso soffro qualche problema cardiaco.

Poi qualcuna passa di camera in camera annunciando che in facoltà c’è un’assemblea straordinaria e urgente: un terremoto terribile ha colpito la Sicilia.

Ci precipitiamo.

Con un efficientismo memorabile i compagni decidono di dividere la città di Trento a spicchi dove andare a chiedere aiuti in denaro e viveri trasportabili.

Il figlio di una delle signore Pirelli ha già telefonato alla mamma che offre canotti di gomma (per farci che visto che il Belice è in collina?) e qualcun altro ha trovato un camion per trasportare viveri, coperte e aiuti ai terremotati.

Chiedono chi vuole andare: alzo la mano un po’ incerta e impaurita del compito, sento già le obiezioni di mia madre -stai a Trento per studiare, ci sei voluta andare a tutti i costi e a me costa sacrifici mantenerti lì-.

Ma arriva il diniego perentorio “le donne no, non servono.

Questo “no” è determinante:, confermando che la rabbia generata da questa discriminazione, diventa come spesso succede a tanti, un propellente di energia. Addio mal di cuore sulle scale.

A me noooooooooooo?

La mia amica Min dice che il Fancou è ancora un mantra per  me.

Da bambina ribelle sono ora una vecchietta ribelle.

Il giorno successivo mi associo a Beppe Colasanti, amico di Roma, anche lui incerto e spaventato, suo padre è arrabbiatissimo che faccia lo studente, invece di portare avanti l’azienda di oli di oliva della sua ditta in Sabina.

Il 17 gennaio partiamo insieme in autostop.

Sono tendenzialmente smemorata, soprattutto coi numeri, ma questa data mi è rimasta nella memoria perché è il mio 23eesimo compleanno.

Le autostrade tra Trento e Bologna non ci sono ancora, c’è tanta neve ed io ho un meraviglioso loden chiaro.

In quest’epoca gli armadi sono piccoli ed è già tanto avere un cappotto medio e il mio montone rovesciato utile soprattutto nel gelo del trentino.

Di imbottiti non abbiamo alcuna cognizione, non esistono.

Alle 10 di sera arriviamo a Roma da sua sorella, un pasto caldo e un favoloso materasso a terra.

Il 18 andiamo nel liceo di Beppe, privato, di gesuiti: il Massimo, nel ’68 situato nel palazzo che ospita ora il Museo di arte Romana a Piazza della Repubblica, a sinistra della Stazione Termini.

Meraviglia Roma, Roma bella, grandissima, rispetto a Trento, e soprattutto luminosa.

Ed è qui che non solo la luce fa la differenza con il Nord. Beppe spiega che vogliamo portare gli aiuti ai terremotati, ma il preside e gli altri fratelli della Compagnia di Gesù obiettano – ci vuole tempooooo, ripassate domaniiiiii – mi sento sprofondare nella melassa dei rimandi. Ma che domani. Dobbiamo partire, la gente ha bisogno subito.

Finalmente dopo forti insistenze entriamo in qualche classe. Bene: il giorno dopo torniamo e riesco a mettere le mani su alcuni beni preziosi, 3 sacchi a pelo, usati, ovviamente, ma preziosi per l’epoca.

Beppe è angosciato, non può mettere a repentaglio i suoi studi, tanto amati, (che poi diventerà  professore universitario). E’ terrorizzato che suo padre gli tolga la possibilità di studiare, deve decidere.

Troviamo il Servizio Civile Internazionale. Domani parte un treno di aiuti. Io mi arruolo.

Beppe torna a Trento.

Io invece parto col treno speciale, per la Sicilia, che ho già visitato nell’estate del ’67. Viaggio di vacanza fatto in 4 con la ‘500 da Firenze. Un caldo boia e un cestino sulle ginocchia con un costume e 4 panni di ricambio.

Bene sono sul treno e l’armata di giovani volontari è condotta da un tipetto travestito da Che Guevara.

Sul treno scrivo la lettera ricattatoria per avvertire mamma: “al mio posto l’avresti fatto anche tu” sapendo che da giovane ha fatto la crocerossina e sarebbe andata, potendo, in Africa, emule del dottor Schweitzer.

Avverto anche il Sasset, il fidanzato neo-medico di Milano che a raggiungermi non ci pensa proprio. Sta facendo il suo tirocinio e accorrere è solo una perdita di tempo.

Il viaggio è lunghissimo, più di 24 ore, 4 ore per 135 km che dividono Palermo da Trapani,  dove mi sembra di stare in un film americano con gli indiani che possono spuntare sui cavalli e urlando darci l’assalto.

Cosa farò ancora non si sa, ma devo dare un senso alla mia partecipazione.

Neppure so dove dormire. Arrivo a notte. Tutto è pieno, tutto occupato. Ma nell’albergo mi trovano nella hall un divanetto per stendermi con metà delle gambe fuori. Ma io ho il mio adorato sacco a pelo.

Il giorno dopo dormo su un autobus dei vigili del fuoco, poi con lo stesso andiamo in visita a Gibellina. Tutti gli abitanti sono stati evacuati, ci sono solo poliziotti abbandonati dai capi a far da guardia alle macerie o case fortemente lesionate, senza che alcuno li approvvigioni di cibo.

Mi chiedono di indagare sul numero approssimativo delle tende disponibili insieme ad un’altra volontaria. Dormiamo sul pavimento di una casa che sembra stabile, ma pronte a uscirne perché ci sono le scosse di assestamento. Dopo più di una settimana dal sisma, vedo gente passare le notti seduti su sedie intorno al fuoco, senza riparo nel freddo di gennaio.

Dentro alcune tende di fortunati al riparo, trovo nascoste e ripiegate altre tende nuove riposte lì da parte per le villeggiature di assessori o vari papaverini.

Conosco gli studi di Banfield, sul “”familismo amorale” il cui concetto principale é che cui seguaci seguono la regola “”massimizzare i vantaggi materiali e immediati della famiglia nucleare; supporre che tutti gli altri si comportino allo stesso modo.” Concetto rigettato da molti sociologi nostrani, ma sicuramente uno studio sugli atteggiamenti del sud d’Italia che spiega l’origine delle mafie e la scarsa collaborazione sociale, aggiungerei ora, nei Paesi mediterranei.

In questi 3 giorni di girovagare mi capita di vedere anche una tendopoli ben organizzata dei soccorritori, e lì incrocio i miei compagni di Trento che mi appaiono più impegnati a flirtare con delle belle ragazze che dedicarsi a spalare macerie.

4 giorni dal mio arrivo finalmente trovo il lavoro di portantina all’ospedale di Trapani, un ospedale quasi terminato, ma dal trasloco anticipato, che il vecchio è troppo lesionato dal terremoto.

Mi danno l’incarico di portare i malati dal pronto soccorso ai reparti.  Arrivano neonati con polmoniti spesso mortali, gli anziani con gravissime flebiti e problemi polmonari per lo piu’ dovuti alle notti fredde.

Di lì ho capito che il numero delle vittime delle catastrofi è spesso sottostimato perché non vengono mai aggiunti ai numeri iniziali quelli che soccombono per i danni successivi.

L’ospedale non è rifinito ma è riscaldato, mangio, dormo su un letto vecchio ma con l’amato saccoapelo. Oltre che al pronto soccorso mi chiedono di portare le barelle, tagliare le unghie agli anziani, e scopro che quasi tutti gli uomini vogliono tenersi lunga una delle unghie del mignolo, un’usanza poi scoprirò diffusa nel mondo, un attrezzo antico al posto forse dei cotton fioc.

Mi sono dimenticata di raccontare quanto fossi assediata, ma era ormai allenata ai sistemi anti-abuso che poi chiamerò “Karatè psicologici”, da maschi giovani o meno. Per fortuna gli occhiali attenuano la mia avvenenza, non di strafica, ma di boccone appetitoso: 47kg, aspetto nordico, capelli biondi, tette grosse, vitino da vespa, occhi chiari.

Io metto sempre avanti la mia fedeltà al fidanzato milanese.

Al pronto soccorso conosco un signore di Trapani che vende attrezzature mediche. Per niente bello e molto gentile nei miei confronti, non mi assedia sessualmente come la maggioranza degli uomini, neppure dopo avermi invitato a cena a mangiare cous cous al pesce, l’unico angolo d’Italia in cui si mangia tradizionalmente questo piatto nord-africano.

Mi sembra un miracolo che non ci provi. È separato da sua moglie del nord Italia dove sono rimasti anche i figli.

Mi fa conoscere anche la meravigliosa e lussuriosa cassata siciliana e i cannoli.

Infine, con un paio di telefonate, mi trova un passaggio su un aereo militare per tornare a Roma.

Ringrazio e saluto Paolo Scontrino che incrocerò ogni tanto negli anni a venire.

Saprò po 25-30 anni dopo chi era, e a chi era collegato, ma tranqui, nessuna tragedia.

Salgo sull’aereo dove si sta tutti legati intorno al centro occupato dai bagagli. Ci sono tanti boyscout. Io mi addormento con gli occhiali sul grembo. All’arrivo li scopro in terra a pezzetti che qualcuno ci ha camminato sopra. Arrivo a Pesaro brancolante, con il loden inzaccherato, e mamma, una volta tanto, orgogliosa di sua figlia.

Un bel bagno caldo, nuovi occhiali, panni lavati e il 5 febbraio torno a Trento.

Nessuno mi si fila.

Non lo sai? L’università è occupata.

Che ne so. Siamo nel 1968 e non c’è mica internet.

Morale:

1  Quando vi sentite fiacchi e fiacche, non è sempre una malattia cardiaca, ma un sottile scoglionamento che i colleghi chiamano “stato depressivo”. Trovatevi un’obiettivo avventuroso e/o altruista, e vi passa.

2  Potendo, Informatevi bene, ma molto bene, sulle persone gentilissime che incrociate.