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Aina, la ragazza che mi chiama nonna

Aina Shi: la ragazza che mi chiama “nonna”

Avevo 5 anni nel 1950 e mio nonno, medico e socialista, diceva “Saremo invasi dai gialli”, intesi come cinesi. Ho visto l’avverarsi della profezia a casa mia.
Se me l’avesse detto un’indovina non ci avrei creduto, ma spesso dorme nel mio studio anche Paola Min, un’amica cinese 60enne, considerata una sorella, che ha una sua casa, e che a volte viene col suo cane Pasquà, quando non le va di dormire da sola. Purtroppo ho un gatto nero che intende sbranare i cani, sicchè il canetto deve essere messo al riparo. Paola Min è nata nel 56, forse la prima cinese nata a Roma, da una coppia di ex ricchi signori cantanti lirici di Canton, cui l’arrivo della rivoluzione impedì il ritorno in Cina. Musicista, attrice, clown, artista, arte-terapeuta, Paola Min insegna Thai Chi e Chi Kung anche ai dipendenti FAO ed è così che si mantiene. E questa è forse la prima cinese, con forti inflessioni romanesche, che ho conosciuto nel 1990.
In un’altra camera dorme invece Jo Lan, una tibetana-cinese che studia da soprano al Conservatorio di Santa Cecilia i cui costumi sessuali tradizionali sono distanti da quelli del cinesi bigotti, siano o meno buddisti. Eppoi nella camera più piccola Aina Shi, la ragazza che mi chiama nonna.
Da circa il 1996 mi faccio riparare i vestiti da una cinese velocissima di nome Lin Li, ormai Lilli per tutti, a Via dell’Acqua Bulicante, un quartiere ex periferico tra Casilina e Prenestina, dove Pasolini andava a rimorchiare i suoi ragazzi di strada, con ancora qualche vecchio spacciatore di eroina in via di estinzione e qualche puttana pensionata, ma ormai quartiere multietnico ed anche un po’ di moda, visto che siamo solo un po’ più in là del Pigneto.
Lilli fino al 2008 aveva un negozio senza porta, open air, come i negozi di Ostia Antica, solo la saracinesca, e sua figlia Aina, bimbetta sveglissima, giocava sul marciapiede sotto il suo controllo. Quando Aina aveva 5 anni Lilli fu convinta da un coro di concittadine, che le scuole cinesi erano più serie di quelle italiane dove giocano e basta, così che nel 2001 la portò a Wenzhou da sua madre. Ma la bimba era vivace e impegnativa e la nonna troppo occupata per badare alla piccola, così che la passò ad una sorella, che però giocava sempre a mahjong e dimenticava sovente la sua presenza. Poi col tempo scoprirono che essendo Aina nata in Italia, non era cinese, e neppure italiana, percciò avrebbe dovuto pagare la scuola 450mila lire al mese, perciò dopo 8 mesi la mamma se la riportò a Roma. Ma la bambina era cambiata, curva come un cane bastonato, e così è rimasta. Però Lilli ogni tanto me la lasciava portar via, a me senza figli e affamata di infanzia, magari per una giornata al mare, perché nessuno la portava mai fuori, neppure per un lecca lecca, nemmeno la domenica, solo casa, negozio e scuola.
Lilli e suo marito Giuvè vivono in un appartamento carino (se fosse restaurato) di tre camere e servizi, al quinto piano, luminoso e senza ascensore (amen, il movimento è salutare), non fosse che è senza riscaldamento e senza i vetri alle finestre della cucina e del bagno “Che così viene sempre aria in casa e non puzza come dagli altri”. Io d’inverno ci passo, ma non accetto inviti per mangiarci che lo chiamo “Colosseo”. Giuvè ha fatto il cuoco per moltissimi anni e in Cina il suo letto era il tavolo della cucina, in Italia ha fatto l’autista trasportatore per i cinesi, ma ora non lavora più perché è precocemente usurato.
Lilli tiene l’appartamento sempre pulitissimo e ne è diventata la proprietaria, insieme al marito. Un po’ di soldi lei li ha avuti in prestito da sua madre in Cina, poi Lilli ha affittato 2 camere, ognuna ad una famiglia di cinesi, due o tre, o 4 per camera, e oltre che fare le riparazioni nel suo negozio, puliva e cucinava per tutti. La tv ininterrottamente accesa in cinese troppo sofisticato, che Aina ne capiva poco o niente.
Quando Aina ha compiuto 12 anni, LinLi ha finito di pagare la casa, ha mandato via gli ospiti ed ha ripreso possesso delle altre due camere spostando il suo lavoro a casa.
Da quando la conosco, Aina ha sempre disegnato. Le basta un foglio bianco e lei lo riempie di disegni ora raffinatissimi, prima di fumetti, come quando mi rubarono lo zainetto che io, come ogni mattina a quel tempo, facevo il Tai Chi in gruppo nel giardino di Piazza Vittorio, e Aina l’ha raccontato dentro i suoi riquadri, compreso di ladro che fuggiva con la mascherina nera come quella della banda Bassotti.
Aina, che sorprende ora i suoi insegnanti dell’Accademia d’Arte, disegna sempre, disegnare è il suo paradiso, il suo rifugio, e già, a detta dei suoi professori delle medie, era stra-dotata e gli insegnanti hanno indicato il liceo artistico come destinazione di vocazione. Ho aggiunto ai suoi genitori che altre scelte ne avrebbero fatte una vita infelice. LinLi non voleva, ma ero a casa loro il giorno che dovevano decidere, ha capito ed ha aderito subito.
Giuvè, nato nel 1959, vive col terrore che i soldi finiscano, che non ci sia da mangiare. Il fratello maggiore di Giuvè, il preferito, bello e intelligente ed orgoglioso, è morto di stenti.
Dopo la carestia della II guerra mondiale, tra il 59 e il 61, una carestia epocale in Cina, colpi’ l’intero paese, dalla Siberia al Sud tropicale. In appena tre anni morirono di fame dai 30 ai 60 milioni di persone. Una catastrofe di quelle proporzioni non si era mai vista. Gli alberi vennero scorticati, le foglie strappate. data la caccia a gatti, cani, scarafaggi, topi… fino al punto che alcune famiglie si scambiarono i figli con i vicini, per mangiarseli. Il cannibalismo nelle campagna fu tale che tutte le persone intervistate affermano di avere assistito a questi episodi. Alcuni furono fucilati per cannibalismo altri si suicidarono per i sensi di colpa.
A noi, in Occidente nel frattempo non sono arrivate che voci poco prese in considerazione e anche in Cina del terzo millennio rimuove accuratamente l’accaduto. Semplicemente è proibito parlarne.
Questo trascorso di cui non abbiamo ricordi simili in Europa, spiega le spinte a lavorare indefessamente e ad arricchirsi di molti cinesi di oggi. La fame è di ieri, non di secoli fa. Le tasse non sono alte, ma sanità non è gratuita e chi non ha denaro rischia la non assistenza.
Negli anni ’40, in campagna la mamma di Giuvè, era stata data in moglie a 5 anni e lui, che veniva da famiglia un poco più agiata perché ombrellai, di anni ne aveva 8. I genitori di lei erano ansiosi di liberarsi di una bocca da sfamare e questi due bambini a 10 lei e 13 lui ,se n’erano andati in città, a piedi, a cercar lavoro.
Di tutti i nati ne hanno registrati poi solo 5: due femmine e tre maschi. Tutti gli altri abbandonati o venduti o chissà?
Giuvè fino ai 55 anni, guadagnava circa 1000 € al mese, e consegnava tutto a Lilli, trattenendosi meno di 50€ che ogni mese teneva per sé, usandone ancora meno, ma nelle tasche dei pantaloni custodisce almeno 3.000 €.
Vuole avere con sé protezione dalla paura di soffrire quei morsi della fame che non riesce a dimenticare.
Lui della Cina non vuole saperne, mentre Lilli vorrebbe solo tornare alla sua famiglia di origine, che attualmente vive agiatamente, con l’aria condizionata ed anche con la seconda casa in campagna.
Ai suoi 15 anni, Aina i suoi denti storti e affastellati tutti in dentro, la facevano sembrare una vecchietta sdentata. Di spendere per un apparecchio ortodontico non se ne parlava (alla fin fine i soldi li potevano tirar fuori). Mi faceva impressione e non sopportando la cosa -ora, o mai più- a settembre 2011 ho deciso di portarla io in un centro universitario per l’apparecchio ortodontico e finanziarlo io.
Pochi mesi dopo, quando Lilli ha saputo della mia gamba rotta a Chiang Mai, Thailandia il 3 gennaio 2012, mi ha detto su Skype: “Tu ti sei occupata di noi ed ora ci occupiamo di te”.
Rientrata con le stampelle e scarsa autonomia, Aina è venuta a stare da me. Andava al liceo artistico il mattino, LinLi veniva a cucinare, poi dopo pranzo se ne tornava a casa, a fare le sue riparazioni.
Quando a febbraio scese la neve su Roma, non certo attrezzata e tutti i mezzi pubblici interrotti, Lilli è arrivata camminando per i circa 4 km. D’altra parte questi cinesi sono i figli della “lunga marcia”. Anche se delle volte trovo insopportabile il loro complesso di superiorità.
Dopo 2 mesi Aina mi ha pregato di restare qui a vivere. Cosa approvata anche dalla nonna cinese materna che dirige il tutto ed ha decretato “Voi non potete darle quello che le offre lei”.
Ma lì sono iniziati i problemi di appartenenza: “Avete venduto vostra figlia a un’italiana”, mentre dalla parte italiana iniziavano i sospetti “Sei un’anziana circuita dai cinesi che vogliono i tuoi soldi”. Ma mentre la mia parte italica era tenuta da me sotto controllo, la paura dei cinesi di “perdere la faccia” era poco gestibile e durante questi anni Aina spesso non ha resistito, tornando a vivere a casa dei suoi attraverso porte sbattute con rabbia.
Poi è tornata anche dopo mesi di assenza. In realtà non solo si sentiva soffocare in casa, ma aveva bisogno di assistenza scolastica per via dell’Italiano e di visioni del mondo differenti.
Gli insegnanti si ingannano perché l’italiano che parlano i bambini immigrati è senza accenti strani, i piccoli cinesi riescono benissimo a pronunciare la erre, anzi acquisiscono anche le inflessioni dialettali e tutti prendono automaticamente il ruolo di interpreti per i propri genitori. Aina alle elementari ha superato con difficoltà l’esame finale. Trattata da stupida da alcuni insegnanti, a 10 anni aveva pensato di buttarsi dalla finestra. In realtà, come tanti, si sentiva come in un acquario non capendo proprio ciò che le dicevano. La mattina in Italia, il pomeriggio e la sera in Cina (ma non capiva neppure la TV cinese) solo il ristretto lessico familiare di genitori oltretutto semi-analfabeti.
Come ha fatto a sopravvivere per tanti anni? Imparando a memoria dai libri e dagli appunti. Ma si sa che con il tempo gli studi si fanno più complessi e difficili. Perciò dopo la porta sbattuta, spesso sentiva l’esigenza strumentale di tornare da me ed avere anche stimoli intellettuali da me e dei miei amici.
È stato con piacere che ho studiato molte materie con lei, su testi che trovavo aggiornati rispetto ai miei tempi, come per esempio studiando le Crociate con tutti gli inganni raccontateci, ed anche lo stallo culturale scolastico con l’assurdo di una storia che quasi non cita la guerra dei 30 anni nel centro dell’Europa, né la storia cinese o la storia di altre nazioni che non siano l’Italia, l’Inghilterra o la Francia. Come si possono spiegare gli esodi e le migrazioni?
I professori con i quali ho parlato delle difficoltà di Aina comprendevano, anche perchè nessuno spiega loro che la lingua è talmente un ostacolo per i cinesi di seconda generazione che, nonostante la loro capacità superiore di concentrarsi (i cinesi non interrompono mai i figli che stanno studiando) e le diffuse possibilità economiche, all’università riescono ad arrivare in pochissimi.
Per cercare un po’ di compagnia Lilli, ha deciso di frequentare la Chiesa Cinese Evangelica che ha una grande sede all’Esquilino, e Lilli ci va per avere un pò di socialità e per cantare (che è la sua passione). E’ proibito alle ragazze di truccarsi, i sacerdoti sono sposati ma molto retrogradi. La minaccia di morire e subire il fuoco dell’inferno è molto presente. Ma i pranzi della domenica e la cena del venerdì sono gratuiti per tutti perchè offerti dalla comunità, finanziati soprattutto da un ricco commerciante a caccia di buona salute e di paradiso.
Le preghiere sono fatte a voce alta, sicché è stato facile per Aina afferrare “Fammi avere tanti clienti” oppure “Fammi guadagnare tanti soldi o Signore”.
Poi fuori ci sono i conciliaboli in cui parlano degli italiani: “certamente: gli italiani sono più simpatici, ma pelandroni, lenti, pigri e vogliono stare sempre in vacanza.”.
I cinesi sono convinti che le loro scuole siano imbattibili, ed è così che spesso fanno i figli per poi mandarli in Cina, ma essendo nati in Italia essi sono apolidi fino ai 18 anni. In effetti le scuole cinesi sono durissime. La lingua con tutte le migliaia di ideogrammi è lingua per ricchi, implicando un lunghissimo tempo, non come da noi che alla fine fine abbiamo solo 26 lettere da combinare. Poi però nelle riunioni all’università si trovano in difficoltà ad esprimere le proprie opinioni.
Molti cinesi fanno i figli in Italia, poi al compimento dei 40 giorni dalla nascita, li consegnano ai genitori in Cina per poi riprenderseli ai sei anni, quando possono affidarli alle scuole italiane. A volte rientrano in Italia da adolescenti per supportare i genitori nei negozi. I problemi di attaccamento ed i traumi da distacco non sono presi in considerazione. Quasi tutti i ragazzi sono consapevoli di essere stati concepiti per uno scopo: mantenere i propri genitori nella loro vecchiaia. Ciò spiega l’atteggiamento rigido e anaffettivo, l’espressione del volto che ormai io e Aina chiamiamo “faccia di pietra” che li rende socialmente sgradevoli e immersi nel sentimento dell’indifferenza, ed anche, come si sussurra nella comunità, anche l’alto tasso di suicidi tra gli adolescenti. Cosa che naturalmente si sussurra e nasconde “per non perdere la faccia”.
I matrimoni sono per lo più combinati dai genitori, ma per non “perdere la faccia”, restano uniti nell’infelicità reciproca.
Ligia alla tradizione, Lilli ha provato a combinare fidanzamenti ad Aina, ma essa aiutata dalla sua forte vocazione artistica, ha fatto in tempo ad incontrare italiani e cinesi borghesi all’Accademia d’Arte, a diventare un’eccellenza nell’incisione ed a convincersi che il matrimonio può aspettare.
Poi si vedrà.

Madre

Quando mia madre nasce a Chieti nel 1911, sua madre è già stufa di fare figli, anche se li fa sempre allattare dalla balia. 

A Marisa che arriva per terza, comunica ai suoi 10 anni che è  figlia di “uno sbaglio”.

Colpa di suo marito: nonno Felice, che deduco, essersi attardato senza saltar via, visto che é l’unico contraccettivo disponibile al tempo. 

Naturalmente, come mia nonna, ancora molti genitori fanno comunicazioni del genere in nome della sincerità, senza rendersi conto dell’effetto devastante di comunicazioni di questa fatta, i cui effetti determinano il copione del figlio che si tramandano per generazioni. I piccoli poi traducono il messaggio come un comando “io non ti voglio, tu sei un ingombro, sarebbe bene che sparissi, tu non vali niente, anzi “Non esistere”. Un’anti-accoglienza che definisce la propria esistenza. 

Donna Leonelli, così appellata a Chieti, di 4 figli, ama solo la prima: la più bella, la figlia di successo scolastico, sposa un barone.

Mia madre nelle foto della sua giovinezza porta infatti l’espressione dell’infelicità, di non-amata, salvo quando nuota o scia.

Be’, se non altro la nonna non aveva il mito del maschio, forse perché tra i suoi ascendenti materni e teramani, c’era Melchiorre Delfico, un protagonista della Repubblica Napoletana, che nel 1827 mandava ad un’amica contessa una lettera-pamphlet a difesa delle donne, la cui condizione era a dir poco drammatica. Un John Stuart Mill italiano.

Mia nonna, nobile da parte di madre Delfico, ma dal patrimonio ormai consunto, aveva trovato in nonno un buon partito: ricco, figlio unico di un costruttore, laureato in medicina a Roma, colto e socialista, amico di Matteotti, aimè. Il nonno Leonelli abita a Chieti, è uno specialista otorinolaringoiatra, specialità  poco diffusa ma molto utile visto che tonsille e adenoidi si estirpano quasi a tutti, in studio, quello dentro casa, e senza anestesia (traumi indelebili per i bambini spesso ingannati dai genitori con promesse di gelato).  

La vita é  quella che ruota nella città tranquilla: il nonno al circolo, e Donna Leonelli con le amiche della San Vincenzo.

Quando mamma ha 17 anni nel ’28, si scopre improvvisamente che suo padre ha ormai perso al bacarat tutte le campagne con i poderi, le case e metà del bel palazzo alla Villa comunale dove vivono.

La nonna è sopraffatta dalla vergogna. Bisogna lasciare la città. Il nonno non può più fiatare.

Trovano uno studio a Pesaro e ci si trasferiscono. Marisa decide che lavorerà invece di aspettare un marito, e si fa’ maestra cominciando in destinazioni remote sugli Appennini.

Poi, quando nel 1944 Marisa confesserà di essere incinta di un ebreo che non si sa dove sta (la Linea Gotica ha diviso a metà l’Italia e non ci sono più comunicazioni), la nonna decide che tocca fuggire. Il disonore si è spalmato sulla famiglia Leonelli e mio nonno che tenta di obiettare è  zittito, visto che non ha più il diritto di parola visto ha perso il patrimonio: Donna Leonelli decide: si torna a Chieti appena possibile.

Mamma è sola e spaventata. L’unica amica che può starle vicina al momento del parto abita a 70 km da Pesaro. É l’Alba Fagioli, una collega maestra elementare zitella, che abita a Mercatello sul Metauro, un paesino di pietra, tra le montagne, ai confini con l’Umbria, la Toscana e la Romagna, dove allarga le sue capacità  protettive all’intera comunità, compresa mia madre che aveva iniziato lì a fare la maestra elementare.

 L’Alba, ribattezzata da me piccola: Baba, sarà per me l’amorevole, e sicuro rifugio negatomi dalla nonna.

E’ questa la ragione per cui le amiche e gli amici sono gli affetti più importanti e sicuri dei parenti. 

La fine della guerra è  il periodo peggiore: non ci sono più mezzi di trasporto, neppure le biciclette che vengono requisite, ma mamma è gagliarda e sportiva e con uno zainetto militare in spalla e col pancione ci va a piedi, guardando i fiumi freddi, perché i ponti sono minati.

Il 17 gennaio 1945 atterro al mondo in un freddo boia.

Padre

Quando l’impero austro-ungarico è ancora al culmine, a Vienna, capitale dell’impero, tra valzer, e cibi deliziosi provenienti da tutta l’Europa, nella famiglia dei ristoratori Bondy, ebrei arrivati da Praga, di ottima cultura e di frequentazioni intellettuali e artistiche, nasce Johannes, detto Hans, terzo e ultimo della cucciolata. Hans, il piccolino, è il coccolato e viziato della casa, tanto che diventa il più inconcludente e perditempo.
Il fratello maggiore, Hernest, è quello che continua la tradizione familiare. Bondy Restauration, rinominato all’ultimo Café de Paris, è molto grande: un sviluppa gli affari e gestisce il ristorante Bondy è situato a Piazza della Borsa, poi rinominato come Café de Paris.
Il ristorante è famoso ed adatto anche a matrimoni e Bar mitzvah.Hans è il bambino più piccolo sulla sinistra

 

La sorella Ella canta nel coro del Teatro dell’Opera di Vienna e quando può, collabora all’impresa di famiglia. Ad Ella piace cantare e ridere,così come si vede nelle foto e come l’ho conosciuta io ,nel ’68 e lei aveva 75 anni.
La sorella del nonno Ida Bondy si è sposata con Fliess, psichiatra berlinese molto amico di Freud (prima che litighino).
Scoppia la prima guerra mondiale e Hans è spedito al fronte dal quale torna malato di tubercolosi, motivo in più per combinare poco: il sanatorio, le amanti, le amiche, gli amici, i balli, le visite alle terme.
Alto un metro e ottanta (gigante d’epoca), i capelli prima biondi poi bianchi tagliati dritti sulla nuca, gli occhi azzurri, simpatico e compiacente, baciamano alle signore, è ospite richiesto da molti amici e soprattutto amiche. Gli piace vestirsi bene, “…….perchè ben vestito e con molta indifferenza sono entrato anche ad una festa al palazzo imperiale.
Vestirsi bene è importantissimo. Ricordatelo! Mi dirà.
Anni ’34-38: il nazismo si sta affermando sempre di più, grazie al concittadino Adolf Hitler ed i suoi nazisti sostengono che la crisi economica è tutta colpa degli ebrei, ricchi e poveri che siano,, anche chi è gentile e ben vestito come Hans.
Al ristorante lo zio Ernest li manda bellamente a quel paese, “massa di ignoranti e coglioni”. Un bel gruppo di croci-uncinate nel 1936 lo va a cercare per punirlo come si deve. Fa in tempo a scappare sulle scale, uscire da un abbaino e, camminando sopra i tetti raggiungere un palazzo sicuro. Lasciando gli agi, la moglie ed i figli, aiutato da amici che gli vogliono bene, passa il confine e si imbarca per le Americhe approdando in Messico. Ha già 50 anni ma una grande esperienza di chef e perciò incanta il nuovo mondo con i suoi sapori. E’ qui che fonda la famosa “Pastelleria Bondy”, nel quartiere di Polanco, adiacente al Parco di Chapultepec, ristorante e pasticceria conosciuta a chiunque è vissuto a Mexico City, attualmente ritenuto una sorta di monumento nazionale.
Hans si è anche sposato, una “non ebrea”, che ha un figlio e non sa bene di chi, per tenerezza, per darle una mano vedendola in difficoltà, “Pensavo di essere sterile”.
Come moglie di un ebreo sua moglie finirà in un campo di sterminio, suo figlio e mio “non fratello” di sangue, dopo la guerra, si fa ebreo e stabilendosi in Israele.

Nel 1938, con l’annessione alla grande Germania nazista, anche nell’Austria si stabiliscono le leggi razziali. Nel 1930 gli ebrei in Austria sono 180.000, integratissimi, mica gente che parla Iddish e sta nei ghetti, come in Russia o in Polonia. Per servizi militari l’imperatore Francesco Giuseppe ha dato ad alcuni ebrei titoli nobiliari. Hans è andato al fronte. Oltre ai commercianti, ci sono medici, intellettuali, professori universitari come Freud o Adler, avvocati, artisti, impiegati, gente ricca e povera (dopo il 1945 ne sono rimarranno solo 6.000).
Ma nel ‘38 la maggior parte di loro non ci può ancora credere. I più sperano solo che la follia finisca presto, altri non sanno come e dove andare, e comunque quasi tutti i paesi europei li respingono.
La zia Ella, alla tarda età (per l’epoca) di 55 anni, riesce a scamparla lavorando dall’alba al tramonto a separare l’immondizia, in fondo suo marito è un cattolico di lingua italiana, nato a Trieste. I suoi figli sono battezzati e anche lei si è “convertita” cristiana.
Hans, liberp, rifornito di attendibili informazioni, fugge in Italia, senza il passaporto, perchè gli sembra che nello stivale l’atmosfera sia più respirabile,il clima più mite, l’atmosfera meno nazista. Ovviamente si sbaglia (anche se alla fin fine l’ha poi scampata) e dopo l’entrata in guerra di Mussolini, viene imprigionato a San Vittore come spia.
Nella sua cella a Milano assiste al suicidio di un intellettuale che ha nascosto il cianuro nella capsula dentaria.Nel 1942: lo mandano, per buona condotta, in un “campo di internamento” in Abruzzo, Nereto, paesotto in provincia di Teramo.
Pochi italiano ne sono al corrente, ma i campi di concentramento c’erano anche nel nostro Paese, per lo più posti in regioni tranquille del centro-sud. L’Abruzzo è una regione e ci vengono create una sorta di piccole prigioni dove rinchiudere stranieri il cui Paese è nemico di guerra, per cui ci si trovano per esempio: ebrei stranieri, apolidi, “allogeni” della Venezia Giulia, “italiani pericolosi”, oppositori politici, e individui sospettati di spionaggio e di “attività antinazionale”, jugoslavi, “sudditi nemici” inglesi, ungheresi, ecc…, poi ci mettono gli omosessuali. A Nereto sono circa 200 persone in uno stabile fatiscente con servizi igienici intonati. I lagher, quelli più tremendi e severi sono al nord, dove la gente fa sempre sul serio e ti mette sul treno per nord e non è lassista come nel mezzogiorno d’Italia. A Nereto invece possono uscire un’ora al giorno, e Hans fa amicizia con una famiglia altolocata di Nereto: i Sorge nella cui casa molto elegante (ovviamente) c’è un pianoforte ed Hans quando può va a trovarli ed a suonarlo.
Ebbene i Sorge, moglie contessa Delfico, sono cugini di II grado di Marisa Leonelli, mia madre e di parenti che ho frequentato nella mia infanzia. Pochi i gradi di separazione.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 43, Hans viene spedito nelle Marche a Montegiano, una minuscola località del pesarese dove viene messo al confino, che vuol dire che ogni sera deve andare dai carabinieri a mettere la firma, altrimenti lo arrestano. Ed è qui che mamma fa la maestra, ed ogni sera aspettano la corriera che porta le lettere, e nell’attesa chiacchierano, si piacciono.
Marisa si è anche iscritta all’Orientale di Napoli per studiare tedesco anche se con la situazione attuale non ci si può arrecare, ha però la possibilità di esercitarsi.
Lui ha 50 anni, le 32, due vecchi per il tempo, e fanno in tempo a piacersi che cominciano a portare via gli uomini: quelli tornati a casa dopo l’8 settembre e gli ebrei per la soluzione finale. E’ da questo versante che sta passando la linea gotica, siamo nel marzo 44, Hans è nascosto a casa di una famiglia di contadini. Marisa va a trovarlo nel suo nascondiglio. Durante le guerre e in caso di grandi stress sembra che la fertilità aumenti, e gli spermatozoi si fanno più vivaci, gli ovuli più ricettivi.
Tra le dolci colline nel marzo del 44 uno spermatozoo vivace raggiunge l’ovaio di mia madre.
E voilà.
C’est moi.
Quando Marisa si accorge di essere incinta Hans dice; “Credevo di essere sterile”. In compagnia di altri, sta preparando la sua ennesima fuga, verso Roma ora, già liberata dai tedeschi.
Marisa gli chiede i nomi da usare: Giovanni se maschio, Elisabetta con diminutivo “Lisl” se femmina.
Siamo matti? Che nome impossibile è?
Ha già deciso come chiamarmi.
Marisa ha visto il celebre “Via col vento”, c’è il biondino Leslie Howard di cui Rossella è innamorata ma anche lei, come tante.
E’ un nome bisex, perciò mi chiamerà Elisabetta perché Leslie all’anagrafe italiana del tempo non è accettabile.

Un Mantra per Cenerentola/o

Essere in tinta, intonata, che se ci hai le scarpe nere non puoi avere una borsa marrone, e il rosso non va bene col verde, e le righe sono carine solo sulle tinte unite, e così via… è una vera fissazione di famiglia, ma anche una tradizione molto molto italiana. Vestirsi bene in Italia era un’arte nazionale alla quale si dedicava moltissimo tempo nell’educazione di una bambina. Il solo giro per negozi con mamma prendeva tanti pomeriggi. Va aggiunto che alla mancanza cronica di disponibilità finanziarie doveva seguire, oltre ai sospiri del tipo: “quello-non-possiamo-permettercelo-perché-troppo-caro”, un’attenta considerazione cui seguiva, infine una soluzione economica e creativa. Se si usano i fiori messi sul tailleur, allora mi ricordo che nella scatola in soffitta ce n’erano e ne avanzano ancora di bellissimi e neri, ereditati dalla zia Carola, potrebbero stare benissimo sulla giacca dell’anno scorso, se quest’anno si usa tanto il viola, perché non tingere in viola e dintorni tutte quella camicie bianche che non portiamo più?.
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