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Aina, la ragazza che mi chiama nonna

AINA
Avevo 5 anni nel 1950 e mio nonno, medico e socialista, diceva “Saremo invasi dai gialli”, intesi come cinesi. Ho visto l’avverarsi della profezia a casa mia.
Se me l’avesse detto un’indovina non ci avrei creduto, ma spesso dorme nel mio studio anche Paola Min, un’amica cinese 60enne, considerata una sorella, che ha una sua casa, e che a volte viene col suo cane Pasquà, quando non le va di dormire da sola. Purtroppo ho un gatto nero che intende sbranare i cani, sicchè il canetto deve essere messo al riparo. Paola Min è nata nel 56, forse la prima cinese nata a Roma, da una coppia di ex ricchi signori cantanti lirici di Canton, cui l’arrivo della rivoluzione impedì il ritorno in Cina. Musicista, attrice, clown, artista, arte-terapeuta, Paola Min insegna Thai Chi e Chi Kung anche ai dipendenti FAO ed è così che si mantiene. Continua a leggere

Madre

Quando mia madre nasce a Chieti nel 1911, sua madre è già stufa di fare figli, anche se li fa allattare dalla balia. 

A Marisa che arriva per terza, comunica ai suoi 10 anni che è  figlia di “uno sbaglio”.

Colpa di suo marito: nonno Felice, che deduco, essersi attardato senza saltar via, visto che é l’unico contraccettivo disponibile al tempo. 

Naturalmente, come mia nonna, ancora molti genitori fanno comunicazioni del genere in nome della sincerità, senza rendersi conto dell’effetto devastante di comunicazioni di questa fatta, i cui effetti determinano il copione del figlio a e che si tramandano per generazioni.

 I bambini traducono il messaggio con un comando “io non ti voglio, tu sei un ingombro, sarebbe bene che sparissi, tu non vali niente, anzi “Non esistere”. Un’anti-accoglienza che definisce la propria esistenza. 

Donna Leonelli, così appellata a Chieti, di 4 figli, ama solo la prima: la più bella, la figlia di successo scolastico, sposa un barone.

Mia madre nelle foto della sua giovinezza ha infatti espressioni del viso da infelice, di non-amata, salvo quando nuota o scia.

Be’, se non altro la nonna non aveva il mito del maschio, forse perché tra i suoi ascendenti c’era Melchiorre Delfico, un protagonista della Repubblica Napoletana, che nel 1827 mandava ad un’amica contessa una lettera-pamphlet a difesa delle donne, la cui condizione era a dir poco drammatica. Un John Stuart Mill italiano.

Mia nonna, nobile da parte di madre, ma dal patrimonio ormai consunto, aveva trovato in nonno un buon partito: ricco, figlio unico di un costruttore, laureato in medicina a Roma, colto e socialista, amico di Matteotti, aimè. Il nonno Leonelli abita a Chieti, è uno specialista otorinolaringoiatra, specialità  poco diffusa ma molto utile visto che tonsille e adenoidi si estirpano quasi a tutti, in studio, quello dentro casa, e senza anestesia (traumi indelebili per i bambini spesso ingannati dai genitori con promesse di gelato).  

La vita é  quella che ruota nella città tranquilla: il nonno al circolo, e Donna Leonelli con le amiche della San Vincenzo.

Quando mamma ha 17 anni nel ’28, si scopre improvvisamente che suo padre ha ormai perso al bacarat tutte le campagne con i poderi, le case e metà del bel palazzo alla Villa comunale dove vivono.

La nonna è sopraffatta dalla vergogna. Bisogna lasciare la città. Il nonno non può più fiatare.

Trovano uno studio a Pesaro e ci si trasferiscono. Marisa decide che lavorerà invece di aspettare un marito, e si fa’ maestra.

Poi, quando nel 1944 mia madre confesserà di essere incinta di un ebreo che non si sa dove sta (la Linea Gotica ha diviso a metà l’Italia e non ci sono più comunicazioni), la nonna decide che tocca fuggire. Il disonore si è spalmato sulla famiglia Leonelli e mio nonno che tenta di obiettare è  zittito, visto che non ha più il diritto di parola da quando ha perso il patrimonio: Donna Leonelli decide: si torna a Chieti appena possibile.

Mamma è sola e spaventata. L’unica amica che può starle vicina al momento del parto abita a 70 km da Pesaro. É l’Alba Fagioli, una collega maestra elementare zitella, che abita a Mercatello sul Metauro, un paesino di pietra, tra le montagne dell’Appennino, ai confini con l’Umbria, la Toscana e la Romagna, dove allarga le sue capacità  protettive all’intera comunità, compresa mia madre che aveva iniziato lì a fare la maestra elementare.

 L’Alba, ribattezzata da me piccola: Baba, sarà per me un amorevole, e sicuro rifugio.

Forse è questa la ragione per cui le amiche e gli amici sono gli affetti più importanti e sicuri dei parenti. 

La fine della guerra è  Il peggio della guerra: non ci sono più mezzi di trasporto, neppure le biciclette che vengono requisite, ma mamma è  sportiva e con uno zainetto militare in spalla e col pancione ci va a piedi, guardando i fiumi, perché i ponti sono minati.

Il 17 gennaio 1945 atterro al mondo in un freddo boia.

Padre

Quando l’impero austro-ungarico è ancora al culmine, a Vienna, capitale dell’impero, tra valzer, e cibi deliziosi provenienti da tutta l’Europa, nella famiglia dei ristoratori Bondy, ebrei arrivati da Praga, di ottima cultura e di frequentazioni intellettuali e artistiche, nasce Johannes, detto Hans, terzo e ultimo della cucciolata. Hans, il piccolino, è il coccolato e viziato della casa, tanto che diventa il più inconcludente e perditempo.
Il fratello maggiore, Hernest, è quello che continua la tradizione familiare. Bondy Restauration, rinominato all’ultimo Café de Paris, è molto grande: un sviluppa gli affari e gestisce il ristorante Bondy è situato a Piazza della Borsa, poi rinominato come Café de Paris.
Il ristorante è famoso ed adatto anche a matrimoni e Bar mitzvah.Hans è il bambino più piccolo sulla sinistra

 

La sorella Ella canta nel coro del Teatro dell’Opera di Vienna e quando può, collabora all’impresa di famiglia. Ad Ella piace cantare e ridere,così come si vede nelle foto e come l’ho conosciuta io ,nel ’68 e lei aveva 75 anni.
La sorella del nonno Ida Bondy si è sposata con Fliess, psichiatra berlinese molto amico di Freud (prima che litighino).
Scoppia la prima guerra mondiale e Hans è spedito al fronte dal quale torna malato di tubercolosi, motivo in più per combinare poco: il sanatorio, le amanti, le amiche, gli amici, i balli, le visite alle terme.
Alto, i capelli biondi tagliati dritti sulla nuca, gli occhi azzurri, simpatico e compiacente, baciamano alle signore, è ospite richiesto da molti amici e soprattutto amiche. Gli piace vestirsi bene, “…….perchè ben vestito e con molta indifferenza sono entrato anche ad una festa al palazzo imperiale.
Vestirsi bene è importantissimo. Ricordatelo! Mi dirà.
Ovvio: meglio vestirsi bene che male.
Anni ’34-38: il nazismo si sta affermando sempre di più, grazie al concittadino Adolf Hitler ed i suoi nazisti sostengono che la crisi economica è tutta colpa degli ebrei, ricchi e poveri che siano,, anche chi è gentile e ben vestito come Hans.
Al ristorante lo zio Ernest li manda bellamente a quel paese, “massa di ignoranti e coglioni”. Un bel gruppo di croci-uncinate nel 1936 lo va a cercare per punirlo come si deve. Fa in tempo a scappare sulle scale, uscire da un abbaino e, camminando sopra i tetti raggiungere un palazzo sicuro. Lasciando gli agi, la moglie ed i figli, aiutato da amici che gli vogliono bene, passa il confine e si imbarca per le Americhe approdando in Messico. Ha già 50 anni ma una grande esperienza di chef e perciò incanta il nuovo mondo con i suoi sapori. E’ qui che fonda la famosa “Pastelleria Bondy”, nel quartiere di Polanco, adiacente al Parco di Chapultepec, ristorante e pasticceria conosciuta a chiunque è vissuto a Mexico City, attualmente ritenuto una sorta di monumento nazionale.
Hans si è anche sposato, una “non ebrea”, che ha un figlio e non sa bene di chi, per tenerezza, per darle una mano vedendola in difficoltà, “Pensavo di essere sterile”.
Come moglie di un ebreo sua moglie finirà in un campo di sterminio, suo figlio e mio “non fratello” di sangue, dopo la guerra, si fa ebreo e stabilendosi in Israele.

Siamo nel 1938, con l’annessione alla grande Germania nazista, anche nell’Austria si stabiliscono le leggi razziali. Nel 1930 gli ebrei in Austria sono 180.000, integratissimi, mica gente che parla Iddish e sta nei ghetti come in Russia o in Polonia. Per servizi militari l’imperatore Francesco Giuseppe ha dato ad alcuni ebrei titoli nobiliari. Hans era al fronte. Oltre ai commercianti, ci sono medici, intellettuali, professori universitari come Freud o Adler, avvocati, artisti, impiegati, gente ricca e povera (dopo il 1945 ne sono rimarranno solo 6.000).
Ma nel ‘38 la maggior parte di loro non ci può ancora credere. I più sperano solo che la follia finisca presto, altri non sanno come e dove andare, e comunque quasi tutti i paesi europei li respingono.
La zia Ella riesce a scamparla lavorando dall’alba al tramonto a separare l’immondizia, in fondo suo marito è un cattolico di lingua italiana, nato a Trieste. I suoi figli sono battezzati e anche lei si è “convertita”.
Hans, rifornito di attendibili informazioni, fugge in Italia, senza il passaporto, perchè gli sembra che nello stivale l’atmosfera sia più respirabile,il clima più mite, l’atmosfera meno nazista. Ovviamente si sbaglia (anche se alla fin fine l’ha poi scampata) e dopo l’entrata in guerra di Mussolini, viene imprigionato a San Vittore come spia.
Nella sua cella a Milano assiste al suicidio di un intellettuale che ha nascosto il cianuro nella capsula dentaria.Nel 1942: lo mandano, per buona condotta, in un “campo di internamento” in Abruzzo, Nereto, paesotto in provincia di Teramo.
Pochi italiano ne sono al corrente, ma i campi di concentramento c’erano anche nel nostro Paese, per lo più posti in regioni tranquille del centro-sud. L’Abruzzo è una regione e ci vengono create una sorta di piccole prigioni dove rinchiudere stranieri il cui Paese è nemico di guerra, per cui ci si trovano per esempio: ebrei stranieri, apolidi, “allogeni” della Venezia Giulia, “italiani pericolosi”, oppositori politici, e individui sospettati di spionaggio e di “attività antinazionale”, jugoslavi, “sudditi nemici” inglesi, ungheresi, ecc…, poi ci mettono gli omosessuali. A Nereto sono circa 200 persone in uno stabile fatiscente con servizi igienici intonati. I lagher più tremendi e severi sono al nord, dove la gente fa sempre sul serio e ti mette sul treno per nord e non è lassista come nel mezzogiorno d’Italia. A Nereto invece possono uscire un’ora al giorno, e Hans fa amicizia con una famiglia altolocata di Nereto: i Sorge nella cui casa molto elegante (ovviamente) c’è un pianoforte ed Hans quando può va a trovarli ed a suonarlo.
Ebbene i Sorge sono cugini di II grado di Marisa Leonelli, mia madre e di parenti che ho frequentato nella mia infanzia. Pochi i gradi di separazione.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 43, Hans viene spedito nelle Marche a Montegiano, una piccola località del pesarese dove viene messo al confino, che vuol dire che ogni sera deve andare dai carabinieri a mettere la firma, altrimenti lo arrestano. Ed è qui che mamma fa la maestra, ed ogni sera aspettano la corriera che porta le lettere.
Si incontrano, chiacchierano, si piacciono.
Marisa si è anche iscritta all’Orientale di Napoli per studiare tedesco anche se con la situazione attuale non ci si può arrecare, ha però la possibilità di esercitarsi.
Lui ha 50 anni, le 32, due vecchi per il tempo, e fanno in tempo a piacersi che cominciano a portare via gli uomini: quelli tornati a casa dopo l’8 settembre e gli ebrei per la soluzione finale. E’ da questo versante che sta passando la linea gotica, siamo nel marzo 44, Hans è nascosto a casa di una famiglia di contadini. Marisa va a trovarlo nel suo nascondiglio. Durante le guerre e in caso di grandi stress sembra che la fertilità aumenti, e gli spermatozoi si fanno più vivaci, gli ovuli più ricettivi.
Tra le dolci colline nel marzo del 44 uno spermatozoo vivace raggiunge l’ovaio di mia madre.
E voilà.
C’est moi.
Quando Marisa si accorge di essere incinta Hans dice; “Credevo di essere sterile”. In compagnia di altri, sta preparando la sua ennesima fuga, verso Roma ora, già libera dai tedeschi.
Marisa gli chiede i nomi da usare: Giovanni se maschio, Elisabetta con diminutivo “Lisl” se femmina.
Siamo matti? Che nome impossibile è?
Ha già deciso come chiamarmi.
Marisa ha visto il celebre “Via col vento”, c’è il biondino Leslie Howard di cui Rossella è innamorata ma anche lei.
E’ un nome bisex, perciò mi chiamerà Elisabetta perché Leslie all’anagrafe italiana del tempo non è accettabile.

Un Mantra per Cenerentola/o

Essere in tinta, intonata, che se ci hai le scarpe nere non puoi avere una borsa marrone, e il rosso non va bene col verde, e le righe sono carine solo sulle tinte unite, e così via… è una vera fissazione di famiglia, ma anche una tradizione molto molto italiana. Vestirsi bene in Italia era un’arte nazionale alla quale si dedicava moltissimo tempo nell’educazione di una bambina. Il solo giro per negozi con mamma prendeva tanti pomeriggi. Va aggiunto che alla mancanza cronica di disponibilità finanziarie doveva seguire, oltre ai sospiri del tipo: “quello-non-possiamo-permettercelo-perché-troppo-caro”, un’attenta considerazione cui seguiva, infine una soluzione economica e creativa. Se si usano i fiori messi sul tailleur, allora mi ricordo che nella scatola in soffitta ce n’erano e ne avanzano ancora di bellissimi e neri, ereditati dalla zia Carola, potrebbero stare benissimo sulla giacca dell’anno scorso, se quest’anno si usa tanto il viola, perché non tingere in viola e dintorni tutte quella camicie bianche che non portiamo più?.
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